sabato 26 novembre 2011

I _ Amanda stava bene

Amanda si sentiva stranamente bene.
Non fisicamente – aveva la schiena a pezzi e la gola arida come un deserto – ma con se stessa.
Amanda non provava sensi di colpa. Amanda stava davvero bene.
Certo, il suo concetto di “bene” era alquanto relativo, ma anche i suoi pensieri avevano un valore a dir poco irrilevante.
Era morta, e stava bene.
Non doveva ragionare. Non doveva fare niente.
Adesso poteva persino concedersi il lusso di rimanere ferma e osservare il tempo correre lontano, finché non avrebbe avuto più fiato nei polmoni e forza nelle gambe.
Amanda stava bene.
 « No, tu non stai affatto bene! ».
Spalancò gli occhi.
Un bruciore graduale iniziò ad avvampare alla base del suo collo, togliendole il respiro.
Annaspò per qualche secondo poi, quando sentì nuovamente l’aria scenderle come artigli lungo la gola, si girò su un fianco e tossì convulsamente, stringendosi il collo fra le mani. Si sentiva come se avesse ingoiato un tizzone ardente e questo si fosse fermato nella sua gola.
Ma qualcosa non quadrava.
Era un dolore quasi…piacevole.
Amanda si sentì soddisfatta nel provarlo.
 « Probabilmente sei masochista ».
Sollevò lo sguardo sulla figura che aveva parlato.
Un bambino, accovacciato al suo fianco e con il volto affondato nelle mani inguantate, piegò la testa di lato.
 « Che cosa hai combinato, Alice? ».
Il tono di voce era rammaricato, ma sul suo viso si dipinse un sorriso malizioso a contrastarlo. Un ghigno che decisamente stonava con quell’aspetto innocente.
Allungò una mano, accarezzandole i capelli incrostati di terriccio e sabbia.
Amanda si guardò intorno: erano circondati da chilometri e chilometri di una landa desolata, terra arida che si perdeva all’orizzonte. Il nulla più totale.
 « Ti piace questo posto? » le chiese il bambino, allargando il suo sorriso in modo inquietante, « Un tempo ne andavi pazza, letteralmente ».
 « Amanda Liddell » sussurrò lei con voce roca e gracchiante.
 « Come? ».
 « Amanda Liddell » ripeté più forte, « È il mio nome »,
Il bambino la guardò sconcertato per pochi minuti, poi scoppiò a ridere, come solo i bambini sanno fare. Un riso infantile e divertente, ma il suo non era in grado di contagiare gli altri.
 « Presto te ne dimenticherai ».
Scuotendo la testa come se avesse appena ascoltato una barzelletta, si scrollò la sabbia dai vestiti impeccabilmente bianchi.
 « Devo ammettere che è stata una vera sorpresa. Non credevo tu avessi il coraggio di farti rivedere qui ».
S’incamminò davanti a lei, impedendole di vedere la sua espressione compiaciuta, « Ma, d’altronde, questo è un punto a nostro favore ».
Amanda lo aveva seguito in religioso silenzio, ascoltando i suoi discorsi come se avessero un senso logico.
Non lo capiva, eppure sapeva che lui aveva ragione. Sentiva se stessa trasformarsi in un’altra, oppure un’alta prendere il suo posto. Restava il fatto che quella parte le faceva provare una folata di potenza ad ogni passo che avanzava.
Il bambino si fermò di colpo.
 « C’è una cosa che però non capisco » attese di sentire l’ultimo eco della sua voce prima di continuare « Come hai fatto ad arrivare fin qui senza il mio aiuto? ».
 « Mi sono buttata da un palazzo » lo aveva detto con schiettezza, ne andava quasi orgogliosa.
Il bambino parve trattenere a stento un’altra risata.
 « Allora ci sei davvero abituata » sussurrò in un sorriso smorzato, « Meglio così, significa che questa volta sarà più facile convincerti a saltare ».
 « Saltare dove? ».
Lui si voltò, indicando con un gesto della mano l’enorme cratere che si apriva alle sue spalle.
Come aveva fatto a non vederlo prima? Non era certo un qualcosa che passava inosservato.
Amanda si sentì improvvisamente piccola, sporgendosi dal bordo di quella macchia d’oscurità che sembrava nata dalle profondità più remote della terra. Se si concentrava meglio, poteva vedere un tenue bagliore indistinto fra le scaglie nere del vuoto. Per il resto, guardare là sotto dava l’impressione di essere ciechi.
 « Dove ci porterà? » chiese al bambino.
 « Chi ha detto che ci porterà da qualche parte? ».
 « Quello che non si vede, alla fine, ha sempre una meta ».
Il bambino piegò nuovamente la testa di lato, guardandola incuriosito con il suo fare circospetto che anticipava un ghigno inquieto.
 « Mi piace come sei diventata, Alice ».
 « Amanda » lo corresse.
Lui agitò una mano con indifferenza e l’affiancò sul bordo del precipizio.
 « Cerca di non gridare per favore, mi da fastidio ».
Diede le spalle al cratere, concedendo un ultimo sguardo alla landa desolata.
 « Addio, Vecchio Paese delle Meraviglie » salutò in un bisbiglio.
Poi si lasciò cadere all’indietro, e scomparve.
Amanda attese inutilmente di udire un tonfo, un rumore o qualsiasi altra cosa che l’avvertisse di quanto fosse alta quella caduta. Ma quando, dopo svariati minuti, il silenzio continuava a farle compagnia, abbandonò questa sua stupida curiosità.
Chinandosi, incise con l’indice sulla terra rossastra “Au revoir”. Sperava che almeno quel luogo abbandonato da tutti potesse conservare un buon ricordo di lei. L’unica cosa che era convinta di non avere ancora ferito.
Stringendo i residui della sabbia fra le dita, si apprestò a saltare per la seconda volta. Morire per la seconda volta.


Quanto si sbagliava…

venerdì 21 ottobre 2011

Prologo

Era tutto pronto. Doveva solo saltare.
I rumori della città sottostante la raggiungevano a stento, clacson tenuti costantemente premuti e grida offensive ovattate dal nulla.
Amanda si passò la mano fra le ciocche di capelli, adesso corti. Aveva drasticamente tagliato i suoi bellissimi ricci neri in un caschetto asimmetrico e dal ciuffo ribelle che era costretta a dominare con una forcina. I ragazzi la ritenevano ancora carina, ma a lei non importava più.
Li aveva tagliati per simboleggiare la decisione presa, un ulteriore passo che la portava lontana dall’amarezza del passato.
Non rimaneva che superare quei trenta centimetri di recinzione ed era fatta.
Prese ancora fiato. Un altro respiro, un altro sorso di vita.
 L’ultimo. Si ritrovò a pensare con un pizzico di malinconia. Inutile, non sarebbero serviti a niente i rimpianti.
Scavalcò la ringhiera. Il cornicione sotto i suoi piedi era largo quanto il palmo di una mano e la vista delle punte degli stivali che svettavano nel vuoto la colpirono con un senso di vertigine. Strinse la presa sulla sbarra di ferro alle sue spalle, tentando di controllare il tremore alle ginocchia.
Solo quando ebbe la certezza di poter andare avanti aprì i pugni indolenziti per la tensione.
Immaginava che sarebbe stato difficile, ma non cosi tanto da impedirle di muoversi.
L’istinto di sopravvivenza aveva preso il sopravvento anche sul suo stesso corpo.
Concesse un’occhiata fugace alle luci che sferzavano sotto di lei. Probabilmente sarebbe finita su una di quelle auto, lasciando uno spiacevole ricordo al malcapitato conducente.
In un ultimo momento di ironia sperò di poter finire in gran lusso, magari frantumando il parabrezza di una Ferrai rosso fiammante, ma poteva accontentarsi anche di una Cabriolet ultimo modello. Di certo il proprietario non avrebbe potuto farle causa, da quell’altezza non c’erano possibilità di sopravvivenza.
Lo aveva pianificato nei minimi dettagli. Non rientrava fra i suoi desideri risvegliarsi in un letto d’ospedale, ingessata da capo a piedi e con il direttore del manicomio più vicino che bussava alla sua porta.
No, voleva solo andarsene. Nient’altro.
Iniziò a contare alla rovescia da dieci, per poi fermarsi irrimediabilmente al tre. Non le piaceva questo metodo, era angosciante dover sentire i numeri avvicinarsi sempre più velocemente all’uno.
Nessuna conta. Decise. Lo farò quando mi sentirò pronta.
Ma ben presto si rese conto che anche questo stratagemma era inattuabile. Sarebbe stata capace di rimanere lì, arrampicata su quel cornicione in precario equilibrio, fino all’alba.
Fallo e basta.
E lo fece davvero.
Amanda chiuse gli occhi e si lasciò andare, assaporando il vento sul volto prima dell’imminente dolore, il cuore impazzito nel petto e l’aria compressa nei polmoni.
Amanda si lasciò andare. E tutto finì.
 “In un’afosa notte di Ferragosto, gettandosi dal tetto di un palazzo altro nove piani, una ragazza di appena ventiquattro anni si è uccisa.”
Amanda Liddell morì. E tutto finì.
Per poi ricominciare.

lunedì 17 ottobre 2011

Il Gioco sta per iniziare...

È tutto pronto, manca poco. Dal momento in cui nasceranno le prime righe, inizierà il Gioco e non si potrà fermare fino alla fine.
Ma prima, lasciate che vi spieghi le regole.
Vi ricordate Alice Pleasance Liddell, la bambina che cadde nella tana del Bianconiglio per entrare nel Paese delle Meraviglie?
Dimenticatela.
L'Alice che sto per proporvi è nata dalla parte più folle e perversa del mio mondo interiore.
Io stessa non la conosco. Io stessa ho paura di conoscerla.
Ma Alice è troppo forte per permettermi di frenarla. Lei vuole parlare. Lei vuole che gli altri ascoltino la sua voce.
Così l'ho lasciata vincere, limitandomi ad entrare nelle vesti del narratore per raccontare le avventure di quella ragazza che nessuno voleva.
Perché Alice questa volta non ha seguito nessuno coniglio bianco dal panciotto di velluto per arrivare a Wonderland, tutt'altro, Wonderland e i suoi abitanti non la desiderano nel loro paese.
Un Paese delle Meraviglie che non è più tale.
Una Regina che di regina ha ben poco.
Un Gatto del Cheshire che non ricorda più come si sorride.
Un Cappellaio che detesta i cappelli.
E un Bianconiglio che di bianco ha solo i vestiti.
Questi sono gli ingredienti, ognuno stuccoso a modo suo. Non aspettatevi di poter ricavare un dolce al cioccolato dalla loro unione.
Amari sono e amari rimarranno.
Lasciate semplicemente che vi scorrano davanti, con le loro sfumature accentuate e le parole non dette.
Lasciate che vi narrino di una fiaba sconosciuta, una fiaba da non raccontare ai bambini.
Alice non se ne vorrà più andare. E il Paese delle Meraviglie scomparirà di nuovo.


 «Alice, quando è stata l’ultima volta che hai sorriso?».

 «Intendi un sorriso vero?».
 «Solo quelli si possono definire “sorrisi”».
 «Credo sia stato quando non ero ancora Alice. Quando all’anagrafe mi conoscevano come Amanda Liddell».
 «Vorresti tornare a sorridere?».
 «No».
 «Perché?».
 «Perché Alice ormai mi appartiene».
Lo Stregatto sorrise con i suoi denti bianchi e appuntiti.
 «Benvenuta a Wonderland, Alice».
Era l’unico che le aveva dato il benvenuto.